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Scienze cognitive e storia delle religioni · Capitolo 2 di 4

念 niàn Il cervello che prega

Il cervello che prega

Quando una persona prega, recita o medita, che cosa fanno il cervello, il cuore e il respiro? E la bocca dice ciò che pensa il cuore?

Pregare con parole proprie, ripetere una formula, sedere in silenzio a osservare il respiro: tre pratiche che quasi tutte le tradizioni conoscono, e che il cervello vive in modi molto diversi. Gli studi sono pochi, piccoli e spesso sopravvalutati; ma alcuni risultati sono solidi, e sorprendenti. Il più semplice: in tradizioni lontanissime la formula recitata porta il respiro a circa sei atti al minuto, il ritmo a cui il cuore e la pressione oscillano insieme.

In breve

  1. Chi prega con parole proprie usa le aree con cui si pensa alle persone: per il cervello del credente la preghiera è una conversazione.
  2. La formula ripetuta abbassa l'attività della rete che fa vagare la mente; recitata a voce, può rallentare il respiro fino a sei atti al minuto.
  3. Il cuore accelera o si calma secondo la pratica e il contesto: nei riti che mettono alla prova accelera, e si sincronizza fra chi partecipa e chi guarda; nella recitazione lenta oscilla ampio e regolare.
  4. Che la bocca e il cuore coincidano, 心口如一, è un ideale di quasi tutte le tradizioni; e il cervello mostra davvero la differenza fra dire e intendere.
  5. Non esiste un «punto di Dio» nel cervello; e le tesi secondo cui le neuroscienze dimostrerebbero una religione sono, per ora, più ambiziose delle prove.

口念心行,则心口相应。 Se la bocca recita e il cuore agisce, cuore e bocca si corrispondono.

Sutra della piattaforma del Sesto patriarca, capitolo 2nota 1

Quanto è certo ciò che leggiOgni passo porta il suo grado. Tocca un grado per trovarlo nel testo.

Parlare con Dio

Fatto: Nel 2009 Uffe Schjødt e i colleghi dell'Università di Aarhus misero nella risonanza magnetica venti luterani danesi molto credenti. Chiesero loro di recitare il Padre nostro, di pregare con parole proprie, di recitare una filastrocca e di esprimere desideri a Babbo Natale. La preghiera spontanea accendeva la giunzione temporo-parietale, il polo temporale, la corteccia prefrontale mediale e il precuneo: le aree con cui pensiamo alle intenzioni degli altri.nota 2

Consenso: Per il cervello del credente, dunque, la preghiera personale è simile a una conversazione con qualcuno. È un risultato su ciò che accade in chi prega; non dice nulla, né a favore né contro, sull'esistenza di chi ascolta.

Fatto: L'antropologa Tanya Luhrmann ha passato anni nelle chiese evangeliche americane in cui i fedeli imparano a «sentire» la voce di Dio. Ha trovato che la pratica si impara, che coltiva l'attenzione all'esperienza interiore, e che riesce meglio a chi ha una spiccata capacità di assorbimento, di lasciarsi prendere da un'immagine o da un racconto.nota 3

La formula e il respiro

Fatto: Ripetere in silenzio una sola parola, sempre la stessa, abbassa l'attività di gran parte della corteccia rispetto al riposo, e soprattutto quella della rete di default, la rete che fa vagare la mente; e i volontari riferiscono meno pensieri vaganti. Lo hanno mostrato nel 2015 Aviva Berkovich-Ohana e i colleghi dell'Istituto Weizmann, con la parola ebraica echad, «uno».nota 4

Fatto: Nel 2001 un gruppo di Firenze e di Pavia, guidato da Luciano Bernardi, registrò il respiro e il battito di ventitré adulti sani mentre recitavano l'Ave Maria in latino o il mantra «om-mani-padme-om». In entrambi i casi il respiro scendeva a circa sei atti al minuto, e le onde del battito, della pressione e della circolazione nel cervello si ampliavano e si sincronizzavano.nota 5 Gli autori notarono che il rosario era arrivato in Europa dall'Asia, con le crociate: forse insieme al suo ritmo.

Fatto: Nel canto silenzioso del nome del Buddha Amitābha, studiato a Hong Kong, l'attività elettrica del cervello cambiava rispetto al semplice ripetere un nome qualunque, ma il battito medio no.nota 6 Conta il respiro, più della formula.

Le tradizioni lo sapevano. I monaci della Filocalia univano la «preghiera di Gesù», «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me», al ritmo del respiro.nota 7 La recitazione del nome del Buddha, 念佛, la ripetizione di un mantra con le centootto perle della mālā, il dhikr dei sufi, il ricordo del Nome dei sikh, il rosario: pratiche nate lontanissime, con la stessa struttura di formula, ritmo e respiro.

Quando la bocca e il cuore coincidono

Fatto: Il Sutra della piattaforma, il testo del buddhismo chan attribuito al Sesto patriarca Huineng, lo dice senza mezzi termini: «La gente recita tutto il giorno la parola prajñā, ma non conosce la prajñā della propria natura: è come parlare di cibo e restare affamati». E ancora: «se la bocca recita e il cuore non agisce, è come un'illusione, come un fantasma, come la rugiada, come il lampo».nota 1

Fatto: Il profeta Isaia, ripreso nel Vangelo di Matteo, fa dire a Dio: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me».nota 9 La Mishnah discute chi stava leggendo la Torah quando venne l'ora dello Shemà: se ha diretto il cuore, ha adempiuto il precetto. È la kavanah, l'intenzione.nota 10 E il primo hadith della raccolta di al-Bukhārī comincia così: «Le azioni valgono secondo le intenzioni».nota 11

Consenso: Le scienze cognitive confermano che dire e intendere sono processi distinti. Recitare una formula imparata a memoria e pregare con parole proprie impegnano il cervello in modo diverso, come nello studio danese; e il linguaggio interiore, il parlare a se stessi in silenzio, è un'attività a sé, studiata da poco.nota 2nota 12

Fatto: C'è anche il caso opposto: la bocca che va senza la guida della mente. Nel 2006 Andrew Newberg osservò cinque donne di una chiesa pentecostale mentre «parlavano in lingue», la glossolalia: rispetto al canto, l'attività dei lobi frontali, quelli del controllo volontario, diminuiva.nota 13 È uno studio piccolissimo, ma coerente con ciò che le praticanti descrivono: parole che non scelgono.

Ipotesi: Si potrebbero distinguere tre rapporti fra la bocca e il cuore. Il cuore guida la bocca: la preghiera spontanea. La bocca guida il cuore: la formula che raccoglie l'attenzione e rallenta il respiro. La bocca va da sola: la glossolalia. L'ideale delle tradizioni, 心口如一, sta nel mezzo: una parola detta che diventa intenzione, e un'intenzione che trova la sua parola.

Il cuore accelera o si calma?

Fatto: Dipende dalla pratica. Nel 2011 un gruppo danese e spagnolo registrò il battito durante la camminata sui carboni ardenti di San Pedro Manrique, in Spagna: il cuore dei camminatori arrivava a picchi altissimi, e quello dei loro familiari e amici fra il pubblico seguiva lo stesso andamento, mentre quello degli spettatori estranei no.nota 14 Il rito non calma: unisce.

Consenso: All'opposto, negli anni Settanta il cardiologo di Harvard Herbert Benson descrisse la «risposta di rilassamento»: ripetere una parola o una frase con un atteggiamento passivo abbassa battito, respiro e consumo di ossigeno. La chiamò così proprio per staccarla da ogni dottrina.nota 15

Ipotesi: La risposta alla domanda è dunque doppia. La preghiera nell'angoscia, la supplica in un pericolo, il rito che mette alla prova fanno battere il cuore più forte; la recitazione lenta e ritmica lo fa oscillare ampio e regolare, al ritmo del respiro. Nel cervello in 3D i due tracciati, «Parlare sotto esame» e «Recitare il rosario o un mantra», mostrano la differenza.

Meditare: un ciclo, non un vuoto

Fatto: Nel 2012 Wendy Hasenkamp chiese a quattordici meditatori di premere un pulsante ogni volta che si accorgevano di aver divagato. Ne uscì un ciclo in quattro fasi: la mente vaga, ed è attiva la rete di default; ci si accorge di aver divagato, e si accende la rete della salienza, insula anteriore e cingolo anteriore; si riporta l'attenzione, con le aree frontali e parietali del controllo; e la si mantiene, finché la mente non vaga di nuovo.nota 16

Fatto: Judson Brewer e i colleghi di Yale hanno trovato nei meditatori esperti un'attività più bassa nella rete di default, soprattutto nella corteccia prefrontale mediale e nel cingolo posteriore, in tutte e tre le pratiche studiate: la concentrazione, la gentilezza amorevole e la consapevolezza senza oggetto.nota 17

Consenso: Non tutte le meditazioni sono uguali: la concentrazione su un oggetto e il monitoraggio aperto di tutto ciò che accade usano circuiti in parte diversi.nota 18

Consenso: E la ricerca sulla meditazione soffre di molti difetti: campioni piccoli, definizioni vaghe, gruppi di controllo deboli, risultati presentati con troppo entusiasmo. Nel 2018 quindici studiosi del campo hanno firmato un articolo intitolato, senza giri di parole, «Attenti all'esagerazione».nota 19

Si dice«C'è un «punto di Dio» nel cervello.»

In realtàIl cosiddetto «casco di Dio», che con deboli campi magnetici avrebbe prodotto esperienze mistiche, non ha retto a un esperimento in doppio cieco: le esperienze dipendevano dalla suggestionabilità dei partecipanti, non dal campo.nota 20 E quando le carmelitane di Montréal hanno rivissuto un'esperienza mistica nello scanner, si è acceso un insieme ampio di regioni, non un punto.nota 21

«Perché il buddhismo è vero»?

Fatto: Nel 2017 il giornalista e studioso di psicologia evoluzionistica Robert Wright ha pubblicato un libro dal titolo provocatorio, Why Buddhism Is True. La sua tesi: la selezione naturale ha costruito una mente fatta di moduli in competizione, e sentimenti pensati per farci agire, non per dirci la verità; il «sé» che crediamo di essere è un'illusione utile. La diagnosi buddhista della sofferenza e del non-sé sarebbe, nella sostanza, confermata dalla scienza, e la meditazione permetterebbe di vederlo.nota 22

Fatto: Tre anni dopo il filosofo Evan Thompson, che con Francisco Varela aveva fondato lo studio della mente incarnata, ha risposto con Why I Am Not a Buddhist. Critica l'«eccezionalismo buddhista», l'idea che il buddhismo sia una scienza della mente più che una religione, e il «buddhismo neurale», che cerca nel cervello la conferma della dottrina. Il buddhismo, scrive, è una famiglia di religioni con metafisiche diverse; la meditazione non dà un accesso privilegiato alla verità; e dire che il sé è una costruzione non equivale a dire che sia un'illusione.nota 23

Ipotesi: Ciò che le neuroscienze possono dire oggi è più modesto e più interessante: certe pratiche cambiano in modo misurabile l'attenzione, il respiro e l'attività di alcune reti. Non possono dire se una dottrina sia vera. Su questo punto, curiosamente, il Buddha storico sarebbe stato d'accordo: rifiutava di rispondere alle domande che non portano alla liberazione.

Il cuore e la bocca

Quasi tutte le tradizioni hanno inventato una pratica per far coincidere ciò che si dice e ciò che si intende, e quasi tutte hanno scoperto che il respiro è il ponte fra i due. Le neuroscienze arrivano tardi, con strumenti potenti e campioni piccoli, a misurare ciò che i monaci sapevano già: che la parola ripetuta cambia il corpo, e che il corpo, a sua volta, cambia la parola.

Mettiti alla prova 3 domande

  1. Che cosa trovò lo studio danese di Schjødt (2009) nella preghiera spontanea?

    Mostra la risposta

    L'attività delle aree con cui si pensa alle intenzioni degli altri. La preghiera con parole proprie accendeva la giunzione temporo-parietale, il polo temporale, la prefrontale mediale e il precuneo, come in una conversazione.

  2. A quale ritmo portava il respiro la recitazione dell'Ave Maria o di un mantra, nello studio di Bernardi (2001)?

    Mostra la risposta

    Circa sei respiri al minuto. Intorno ai sei respiri al minuto le onde del battito e della pressione si sincronizzano e si ampliano.

  3. Che cosa vuol dire il carattere 念 nel buddhismo cinese?

    Mostra la risposta

    La consapevolezza, sati, e poi anche il recitare. 念 traduce la consapevolezza; 正念 è la retta consapevolezza; 念佛 è passato da «tenere a mente il Buddha» a «recitarne il nome».

Per andare a fondo

  • Libro

    Tanya M. Luhrmann, When God Talks Back, Knopf, 2012. Come si impara a sentire Dio: un'antropologa nelle chiese evangeliche.

  • Libro

    Evan Thompson, Why I Am Not a Buddhist, Yale University Press, 2020. La critica più rigorosa al «buddhismo neurale», da un filosofo che ha praticato e studiato la meditazione.

  • Articolo

    Nicholas T. Van Dam e altri, Mind the Hype (si apre in una nuova scheda), Perspectives on Psychological Science, 2018. Che cosa sappiamo davvero, e che cosa no, sulla meditazione.

Note

  1. Liuzu tanjing. Edizione di Zongbao, cap. 2 «Bore» 般若: «口念心行,则心口相应», «世人终日口念般若,不识自性般若;犹如说食不饱», «口念心不行,如幻如化,如露如电».
  2. Schjoedt et al. 2009.
  3. Luhrmann 2012.
  4. Berkovich-Ohana et al. 2015.
  5. Bernardi et al. 2001.
  6. Gao et al. 2019.
  7. Filocalia.
  8. Xu Shen, Shuowen jiezi. Nello stesso juan, voce 念: «常思也。从心今声».
  9. Bibbia ebraica. Isaia 29, 13, ripreso in Matteo 15, 8: Nuovo Testamento.
  10. Mishnah, Berakhot 2,1.
  11. al-Bukhari, Sahih.
  12. Alderson-Day e Fernyhough 2015.
  13. Newberg et al. 2006.
  14. Konvalinka et al. 2011.
  15. Benson 1975.
  16. Hasenkamp et al. 2012.
  17. Brewer et al. 2011.
  18. Lutz et al. 2008.
  19. Van Dam et al. 2018.
  20. Granqvist et al. 2005.
  21. Beauregard e Paquette 2006.
  22. Wright 2017.
  23. Thompson 2020.
Bibliografia di questo capitolo 24 opere e fonti citate

Ogni affermazione rimanda, con un numero, alla sua nota; ogni nota porta qui. Gli studi sono citati dalla pubblicazione originale; le prepubblicazioni non ancora sottoposte a revisione sono indicate come tali. Le traduzioni dall'inglese e dal cinese sono di Simon Luo Wei. Dati e collegamenti controllati a ottobre 2026. La bibliografia completa della sezione è nella pagina introduttiva.

Testi classici e documenti storici

  • al-Bukhari, Sahih Muḥammad al-Bukhārī. al-Jāmi' al-ṣaḥīḥ, hadith 1 («Le azioni valgono per le intenzioni») e 13; anche nei Quaranta hadith di al-Nawawī, nn. 1 e 13, IX secolo. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Bibbia ebraica Torah, Nevi'im, Ketuvim, testo masoretico: Genesi 1, 1 e 1, 27; Esodo 3, 14; Deuteronomio 6, 4; Isaia 29, 13; Giobbe 38; Qohelet 1, 2. Ed. Biblia Hebraica Stuttgartensia, Stoccarda, Deutsche Bibelgesellschaft, 1977. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Filocalia Philokalia, a cura di Nicodemo Aghiorita e Macario di Corinto, Venezia, 1782. Trad. it. La Filocalia, a cura di M. Benedetta Artioli e M. Francesca Lovato, 4 voll., Torino, Gribaudi, 1982–1987.
  • Liuzu tanjing Liuzu dashi fabao tanjing 六祖大师法宝坛经 [Il sutra della piattaforma del Sesto patriarca], cap. 2 «Bore» 般若, edizione di Zongbao 宗宝, 1291 (Taishō 2008). Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Mishnah, Berakhot 2,1 Mishnah, trattato Berakhot, 2, 1, II–III secolo. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Nuovo Testamento Novum Testamentum Graece: Matteo 7, 12 e 15, 8; Giovanni 1, 1; Prima lettera di Giovanni 4, 8. Ed. Nestle-Aland, 28ª ed., Stoccarda, Deutsche Bibelgesellschaft, 2012.
  • Xu Shen, Shuowen jiezi Xu Shen 许慎. Shuowen jiezi 说文解字 [Spiegazione dei segni semplici e analisi dei caratteri composti], c. 100 d.C., juan 10, voce 思. Ed. in facsimile, Pechino, Zhonghua shuju, 1963.

Studi

  • Alderson-Day e Fernyhough 2015 Alderson-Day, Ben, e Charles Fernyhough. 2015. «Inner Speech: Development, Cognitive Functions, Phenomenology, and Neurobiology». Psychological Bulletin 141 (5): 931–965. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Beauregard e Paquette 2006 Beauregard, Mario, e Vincent Paquette. 2006. «Neural Correlates of a Mystical Experience in Carmelite Nuns». Neuroscience Letters 405 (3): 186–190.
  • Benson 1975 Benson, Herbert, con Miriam Z. Klipper. 1975. The Relaxation Response. New York, Morrow.
  • Berkovich-Ohana et al. 2015 Berkovich-Ohana, Aviva, Meytal Wilf, Roni Kahana, Amos Arieli e Rafael Malach. 2015. «Repetitive Speech Elicits Widespread Deactivation in the Human Cortex: The “Mantra” Effect?». Brain and Behavior 5 (7): e00346. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Bernardi et al. 2001 Bernardi, Luciano, Peter Sleight, Gabriele Bandinelli, Simone Cencetti, Lamberto Fattorini, Johanna Wdowczyc-Szulc e Alfredo Lagi. 2001. «Effect of Rosary Prayer and Yoga Mantras on Autonomic Cardiovascular Rhythms: Comparative Study». BMJ 323 (7327): 1446–1449. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Brewer et al. 2011 Brewer, Judson A., Patrick D. Worhunsky, Jeremy R. Gray, Yi-Yuan Tang, Jochen Weber e Hedy Kober. 2011. «Meditation Experience Is Associated with Differences in Default Mode Network Activity and Connectivity». PNAS 108 (50): 20254–20259. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Gao et al. 2019 Gao, Junling, Hang Kin Leung, Bonnie Wai Yan Wu, Stavros Skouras e Hin Hung Sik. 2019. «The Neurophysiological Correlates of Religious Chanting». Scientific Reports 9: 4262. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Granqvist et al. 2005 Granqvist, Pehr, Mats Fredrikson, Patrik Unge, Andrea Hagenfeldt, Sven Valind, Dan Larhammar e Marcus Larsson. 2005. «Sensed Presence and Mystical Experiences Are Predicted by Suggestibility, Not by the Application of Transcranial Weak Complex Magnetic Fields». Neuroscience Letters 379 (1): 1–6.
  • Hasenkamp et al. 2012 Hasenkamp, Wendy, Christine D. Wilson-Mendenhall, Erica Duncan e Lawrence W. Barsalou. 2012. «Mind Wandering and Attention during Focused Meditation: A Fine-Grained Temporal Analysis of Fluctuating Cognitive States». NeuroImage 59 (1): 750–760. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Konvalinka et al. 2011 Konvalinka, Ivana, Dimitris Xygalatas, Joseph Bulbulia, Uffe Schjødt, Else-Marie Jegindø, Sebastian Wallot, Guy Van Orden e Andreas Roepstorff. 2011. «Synchronized Arousal between Performers and Related Spectators in a Fire-Walking Ritual». PNAS 108 (20): 8514–8519. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Luhrmann 2012 Luhrmann, Tanya M. 2012. When God Talks Back: Understanding the American Evangelical Relationship with God. New York, Knopf.
  • Lutz et al. 2008 Lutz, Antoine, Heleen A. Slagter, John D. Dunne e Richard J. Davidson. 2008. «Attention Regulation and Monitoring in Meditation». Trends in Cognitive Sciences 12 (4): 163–169. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Newberg et al. 2006 Newberg, Andrew B., Nancy A. Wintering, Donna Morgan e Mark R. Waldman. 2006. «The Measurement of Regional Cerebral Blood Flow during Glossolalia: A Preliminary SPECT Study». Psychiatry Research: Neuroimaging 148 (1): 67–71. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Schjoedt et al. 2009 Schjoedt, Uffe, Hans Stødkilde-Jørgensen, Armin W. Geertz e Andreas Roepstorff. 2009. «Highly Religious Participants Recruit Areas of Social Cognition in Personal Prayer». Social Cognitive and Affective Neuroscience 4 (2): 199–207. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Thompson 2020 Thompson, Evan. 2020. Why I Am Not a Buddhist. New Haven, Yale University Press.
  • Van Dam et al. 2018 Van Dam, Nicholas T., et al. 2018. «Mind the Hype: A Critical Evaluation and Prescriptive Agenda for Research on Mindfulness and Meditation». Perspectives on Psychological Science 13 (1): 36–61. Apri la fonte (si apre in una nuova scheda)
  • Wright 2017 Wright, Robert. 2017. Why Buddhism Is True: The Science and Philosophy of Meditation and Enlightenment. New York, Simon & Schuster.

Testi di Simon Luo Wei, su studi pubblicati, fonti primarie e indagini ufficiali. I testi sacri e i classici sono tradotti dalle edizioni indicate in bibliografia; le tradizioni sono descritte, non giudicate. Ottobre 2026.

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